L’idea è folle: addormentarmi in questo secolo e riaprire gli occhi molto più avanti, quando il mondo che conosco non esiste più.

Oggi non abbiamo una tecnologia capace di congelare un essere umano dopo la morte e poi riportarlo in vita con il cervello e la persona intatti. Quindi non sto dicendo che si possa fare. Questa è proprio la ragione per cui questo pensiero finisce nella mia sezione “PERCHÉ NO?”.

Quello che mi interessa è immaginare cosa succederebbe se un giorno diventasse possibile.

Mi sveglierei tra cento, duecento o cinquecento anni. Non riconoscerei la città, la tecnologia, il modo di lavorare e forse nemmeno il modo di comunicare. Le persone che conosco non ci sarebbero più. Per loro sarei appartenuto al passato; per me, invece, il passato sarebbe successo poche ore prima.

Sarebbe una specie di viaggio nel tempo senza macchina del tempo: non tornerei indietro e non attraverserei nessun portale. Semplicemente, una parte della mia vita salterebbe il tempo.

Ma la domanda più interessante per me non riguarda la tecnologia. Riguarda l’identità.

Se il mio cervello venisse conservato perfettamente e al risveglio avessi gli stessi ricordi, lo stesso carattere e la sensazione che siano passati soltanto pochi istanti, sarei ancora Fabrizio?

Io penso alla coscienza come qualcosa legato al cervello. Proprio per questo l’ibernazione pone un problema enorme: non basta conservare un corpo. Bisognerebbe preservare ciò che permette a quel cervello di continuare la stessa storia.

E poi ci sarebbe il prezzo umano. Vedere il futuro significherebbe lasciare definitivamente il proprio presente. Sarebbe curiosità portata all’estremo: poter conoscere ciò che verrà, ma senza poterlo raccontare alle persone con cui hai condiviso la tua vita.

Lo farei davvero se un giorno fosse possibile?

Non lo so. Ma immaginare di aprire gli occhi tra secoli e chiedere “che cosa è successo mentre dormivo?” è una di quelle idee davanti alle quali mi viene spontaneo rispondere con altre due parole.

Perché no?


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