C’è qualcosa che mi colpisce ogni volta che penso alla frase “siamo polvere di stelle”: il mio corpo ha cinquant’anni e qualcosa, ma la materia che lo compone è immensamente più antica.
Io ho una data di nascita. I miei atomi no, almeno non nel senso umano della parola.
L’idrogeno presente nel nostro corpo ha radici che risalgono alle prime fasi dell’universo. Altri elementi, come carbonio, ossigeno, calcio e ferro, sono stati formati attraverso la vita e la morte delle stelle e altri processi cosmici. Prima di diventare parte di un essere umano, quella materia ha avuto una storia che non possiamo nemmeno immaginare fino in fondo.
Questo significa che ciò che oggi chiamo “il mio corpo” non è veramente qualcosa che possiedo per sempre. È materia che per un certo periodo si trova organizzata in me.
E non rimane nemmeno sempre la stessa. Respiriamo, mangiamo, perdiamo cellule, ne produciamo altre. Il corpo è un processo continuo, non una statua costruita una volta e rimasta identica.
Eppure, nonostante questo cambiamento, io continuo a sentirmi Fabrizio.
Qui ritorna la domanda sull’identità che mi accompagna quando penso alla clonazione, alla coscienza e perfino ai mondi paralleli. Se la materia cambia continuamente e io continuo a riconoscermi come la stessa persona, allora ciò che chiamo “io” non può dipendere semplicemente dal possesso degli stessi atomi.
Forse l’identità sta nella continuità: nei ricordi, nel cervello, nelle esperienze che collegano il bambino che ero all’uomo che sono diventato.
Un giorno quella organizzazione finirà. La materia continuerà il suo percorso senza sapere di essere stata parte di me.
Non trovo questo pensiero necessariamente triste. Mi fa sentire piccolo, certamente, ma anche parte di qualcosa di molto più antico della mia singola esistenza.
Forse noi siamo soltanto una tappa nella lunghissima biografia dei nostri atomi.
E se è così, quanti mondi, stelle e forme di vita potrebbero attraversare ancora quando noi non ci saremo più?
Lascia un commento