Ogni tanto faccio qualcosa con le mani e mi succede una cosa difficile da spiegare. Mi concentro, vado avanti quasi automaticamente e alla fine guardo il risultato: perfetto, magari senza nemmeno gli strumenti giusti.

E penso: papà, sei qui.

Non sto dicendo che una presenza invisibile abbia mosso le mie mani. So distinguere quello che sento da quello che posso dimostrare. Ma quella sensazione mi fa stare bene e soprattutto mi fa pensare.

Quanto rimane di una persona?

Ho perso mio padre quando avevo dodici anni. A quell’età perdi tuo padre e senti soprattutto il vuoto. Molti anni dopo cominci a scoprire un’altra cosa: alcune parti di quella persona sono rimaste dentro di te senza che te ne accorgessi.

Un modo di usare le mani. Una soluzione che ti viene naturale. Una frase. Una reazione. Non so più distinguere sempre quello che ho imparato direttamente da lui, quello che ho assorbito guardandolo e quello che semplicemente gli assomiglia perché sono suo figlio.

Ma forse non è nemmeno necessario distinguerlo.

Essere parte di qualcuno

Io penso che la coscienza sia legata al cervello. Eppure non trovo nessuna contraddizione nel dire che mio padre continua in me. Non come fantasma. Come informazione, memoria, genetica, gesti, conseguenze.

Forse quando diciamo che una persona “continua a vivere dentro di noi” usiamo una frase poetica per descrivere qualcosa che, almeno in parte, è molto concreto.

E quando mi esce bene qualcosa che non sapevo nemmeno di saper fare, continuerò probabilmente a sorridere e a dirgli la stessa cosa: papà, questa me l’hai insegnata tu?


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