Ogni volta che parliamo di clonazione torno sempre allo stesso punto. Va bene: immaginiamo che domani riescano a creare una copia perfetta di me. Stesso DNA, stesso aspetto. Spingiamoci ancora più avanti: mettiamoci dentro anche i miei ricordi.
Quello sarei io?
La mia prima risposta è no. Sarebbe qualcuno incredibilmente vicino a me, forse più di un fratello gemello. Ma nel momento stesso in cui apre gli occhi, io sono qui e lui è lì. Da quel secondo cominciano due esperienze diverse.
Allora che cosa bisognerebbe copiare?
Il DNA evidentemente non basta. I ricordi forse nemmeno. Posso copiare l’informazione che racconta Fabrizio, ma posso copiare anche quella sensazione interna che mi fa dire “sono io”?
Qui la cosa si complica. Io penso che la coscienza sia legata al cervello. Se il mio cervello finisce, per me finisce anche questa esperienza cosciente. La materia continuerà a trasformarsi, certo. Ma io?
Eppure facciamo un altro esperimento mentale. Se riuscissimo a sostituire il mio cervello un pezzetto alla volta, senza mai interrompere la coscienza, a quale punto smetterei di essere io? Al 10%? Al 50%? Quando non rimane più nulla dell’originale?
Non ho una risposta. Ed è proprio questo il punto. Forse il problema della clonazione non è creare una copia perfetta dell’uomo. È capire che cosa, dentro quell’uomo, non sappiamo ancora definire abbastanza bene da poter dire che è stato davvero copiato.
E se un giorno il clone mi guardasse negli occhi e fosse assolutamente convinto di essere Fabrizio, chi dei due avrebbe il diritto di dire all’altro: “No, quello vero sono io”?
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