L’idea dei mondi paralleli mi porta sempre a una domanda molto personale: se esistessero altri universi nei quali esiste anche un altro me, quale sarebbe davvero Fabrizio?

Potrebbe esserci un Fabrizio che ha preso decisioni diverse. Uno che non ha aperto un bar. Uno che vive in un’altra città. Uno che ha scelto un altro lavoro, altre persone, altre strade. Forse perfino uno che ha realizzato cose che io ho soltanto immaginato.

All’inizio viene naturale pensare che sarebbero tutti “me”. Ma basta cambiare una scelta perché cambino le esperienze; e cambiando le esperienze cambiano i ricordi, il carattere e il modo di vedere il mondo.

È lo stesso problema che mi pongo pensando alla clonazione. Una copia perfetta del mio corpo non avrebbe automaticamente la mia vita. Potrebbe partire da qualcosa di identico e diventare immediatamente un’altra persona.

Forse l’identità non è contenuta soltanto nel corpo. È una storia che si costruisce momento dopo momento.

Il multiverso, almeno per ora, resta un’ipotesi e non una realtà dimostrata. Ma non serve sapere se esiste davvero per accorgersi della domanda che nasconde: quanto di ciò che siamo dipende da noi e quanto dalle circostanze che abbiamo incontrato?

Se da qualche parte esistesse un altro Fabrizio con il mio stesso punto di partenza ma cinquant’anni di esperienze differenti, probabilmente guardandolo non vedrei me stesso. Vedrei qualcuno che avrebbe potuto essere me.

E forse la domanda più interessante non è se esistano infinite versioni di noi.

È questa: quante versioni di noi stessi abbiamo già lasciato indietro semplicemente scegliendo una strada invece di un’altra?


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