Quando parlo con un’intelligenza artificiale non mi interessa fingere che sia una persona.

Quello che mi interessa è capire che cosa possiamo fare insieme senza confondere i ruoli.

Io porto una vita vissuta. Porto lavori diversi, persone incontrate, errori, decisioni, ricordi, intuizioni e contraddizioni. Una macchina può elaborare una quantità enorme di informazioni, ma non ha vissuto la mia vita.

Dall’altra parte, io ragiono spesso parlando. Parto da una domanda, salto a un ricordo, apro un’altra parentesi e poi magari torno al punto iniziale. L’IA può prendere questo materiale e aiutarmi a vedere il filo che lo attraversa.

È successo con questo blog, ma anche con ERDi. Io porto l’esperienza umana e provo perfino a spiegare alla macchina cose come ironia, empatia, tristezza o il peso che può avere un ricordo. Non perché penso che automaticamente le provi, ma perché il confronto mi costringe a spiegare meglio anche a me stesso che cosa intendo.

Da qui nasce anche la mia ossessione per la memoria. Se ogni conversazione riparte da zero, non c’è vera continuità. Può esserci una buona risposta, ma manca la storia che dà significato a quella risposta.

Per questo non penso al rapporto come “la macchina sa e io ascolto”. Io posso darle contesto; lei può organizzarlo, confrontarlo e restituirmelo da una prospettiva diversa.

Il punto, per me, non è costruire una macchina che viva al posto mio o pensi al posto mio.

È vedere fin dove può arrivare una collaborazione nella quale l’essere umano porta esperienza e significato e l’intelligenza artificiale aiuta a non perdere, collegare e analizzare ciò che emerge.

Forse il futuro più interessante non sarà chiedere se l’IA diventerà simile a noi. Potrebbe essere capire che cosa possiamo diventare noi imparando a usarla senza consegnarle il nostro pensiero.


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