A diciott’anni ho indossato l’uniforme della Marina Militare Italiana.

Non era teoria. Ho lavorato nei servizi di bordo, nella mensa e nelle squadre antincendio; sono passato attraverso responsabilità diverse fino ai ruoli di caporale e sergente. Sono esperienze che ti insegnano presto che, quando arriva un problema, qualcuno deve decidere e qualcuno deve rispondere di quella decisione.

Quell’esperienza mi ha lasciato disciplina e senso della responsabilità. Per molti anni ho pensato che essere forti significasse soprattutto resistere.

Poi la vita professionale mi ha portato in ambienti completamente diversi e ho capito che la disciplina, da sola, non basta.

Puoi organizzare perfettamente un lavoro, stabilire regole e pretendere che vengano rispettate. Ma se non capisci le persone che hai davanti, prima o poi qualcosa si rompe.

Questa parte l’ho imparata soprattutto dopo, lavorando con persone molto diverse tra loro. La struttura che mi aveva dato la Marina non è sparita: si è mescolata con un modo più umano di dirigere.

Con gli anni alla disciplina ho aggiunto qualcosa che a diciott’anni conoscevo molto meno: ascoltare.

Forse è questo che fa l’esperienza. Non cancella ciò che eri. Aggiunge pezzi, e qualche volta modifica perfino il significato di quelli precedenti.

Quanto di ciò che siamo oggi era già presente nel ragazzo che eravamo, e quanto invece lo abbiamo imparato incontrando gli altri?


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