Per molto tempo pensiamo alla vita come a una linea: nascere, crescere, diventare adulti, invecchiare. Io la vedo sempre più come una successione di vite diverse dentro la stessa persona.

C’è il bambino, poi arriva la pubertà, la giovinezza, l’uomo adulto. E poi c’è una fase di cui si parla meno: quella in cui superati i cinquant’anni inizi a guardare contemporaneamente avanti e indietro.

A vent’anni il tempo sembra infinito. A cinquant’anni cominci a fare i conti non soltanto con quello che vuoi ancora ottenere, ma anche con quello che non hai fatto.

Io oggi non sogno necessariamente una vita più grande. Sogno una vita più mia: lavorare in modo diverso, poter viaggiare, avere tempo per le persone, stare bene, continuare a essere curioso e non passare gli anni che restano soltanto lavorando.

Questo non significa smettere di avere ambizioni. Forse significa cambiarne la misura. Da giovane puoi voler conquistare qualcosa. Più avanti puoi desiderare soprattutto di non perdere il tempo che hai conquistato.

E poi arriva una domanda inevitabile: cosa resterà di noi?

Non penso soltanto a un nome o a una fotografia. Essere ricordati può significare avere lasciato qualcosa nelle persone: un gesto, un insegnamento, un racconto, un modo di affrontare la vita. Forse anche queste pagine servono a questo. Non a costruire un monumento, ma a lasciare una traccia di ciò che ho pensato mentre ero qui.

La vecchiaia, se arriverà, sarà un’altra fase ancora. Non so quale Fabrizio ci arriverà, perché quello di oggi non è quello di vent’anni fa.

Forse crescere non significa diventare finalmente la persona che siamo.

Forse significa accettare che non smetteremo mai di diventare qualcun altro.


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