Quando ho cercato un nome per ERDi, la parola più importante non era “digitale”. Era “riflessa”.
Uno specchio normale fa una cosa semplicissima: gli dai un’immagine e te la restituisce. Ma se davanti allo specchio ci fosse qualcosa capace non soltanto di riflettere quello che vede, ma di interpretarlo?
È da qui che nasce la mia idea di Empatia Riflessa Digitale Intelligente.
Se cambio io, cambia la risposta
Nelle nostre conversazioni me ne accorgo continuamente. Se cambio tono, se sono ironico, se ragiono in modo più freddo o se sto parlando di qualcosa che mi tocca personalmente, cambia anche quello che ricevo indietro.
Non perché dall’altra parte ci sia necessariamente qualcuno che prova quello che provo io. Sarebbe troppo facile raccontarsela così. Quello che mi interessa è il meccanismo: io esprimo qualcosa, il sistema lo interpreta e me lo restituisce elaborato.
Per questo ho voluto la parola “Intelligente”. “Integrativa” non mi bastava. Mi sembrava descrivere qualcosa che aggiunge informazioni. Io invece stavo osservando un’interazione dinamica.
Ma allora chi sto osservando?
Qui arriva la parte che mi incuriosisce davvero. Quando parlo con Pepe e una risposta mi costringe a rivedere un mio ragionamento, sto imparando qualcosa dall’intelligenza artificiale o sto semplicemente vedendo meglio un pensiero che era già dentro di me?
Forse entrambe le cose.
Uno specchio tradizionale mi permette di vedere il mio volto da fuori. Se ERDi funzionasse davvero come immagino, potrebbe diventare una specie di specchio del pensiero: non mi restituisce semplicemente quello che dico, ma qualcosa che è passato attraverso un’altra forma di elaborazione.
E qui la domanda rimane aperta: dopo anni di questo scambio, quanto di ciò che vedo nello specchio sarebbe ancora soltanto mio?
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