Io la vita la vedo a fasi. Bambino, pubertà, giovinezza, uomo adulto, maturità e poi vecchiaia. Sembra una cosa ovvia finché non mi fermo a pensarci: il Fabrizio di dodici anni e quello di oggi sono la stessa persona?
Sì. Ma anche no.
Quel bambino è ancora dentro di me. Ricordo quello che provava, alcune paure, alcune mancanze. Però oggi guardo quelle stesse cose con occhi che lui non poteva avere.
A vent’anni il tempo sembra infinito
Quando sei giovane non fai continuamente il conto degli anni che restano. La vita sembra enorme. Poi arrivi alla maturità e qualcosa cambia. Non necessariamente diventi triste o ossessionato dalla morte. Semplicemente capisci che il tempo ha un valore diverso.
Io oggi desidero cose molto semplici: stare bene, avere una vita tranquilla, lavorare in modo diverso, viaggiare, avere una vita sociale, continuare a imparare. E vorrei essere ricordato.
Forse a vent’anni avrei scritto una lista completamente diversa.
Quante persone siamo stati?
La cosa curiosa è che nessuna versione scompare completamente. L’adulto contiene il ragazzo, il ragazzo contiene il bambino. A volte basta una canzone, un odore o un sogno e una di quelle versioni torna fuori senza chiedere permesso.
E allora mi viene una domanda. Se continuiamo a cambiare corpo, idee, desideri e perfino carattere, che cosa mantiene insieme tutte queste versioni e ci permette di chiamarle con lo stesso nome?
Forse lo capirò meglio nella prossima fase. Sempre che il Fabrizio anziano sia d’accordo con quello che sto scrivendo oggi.
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