Il desiderio di essere padre mi è arrivato forte relativamente tardi, verso i quaranta, quarantacinque anni. Ed è una di quelle cose che ogni tanto tornano fuori quando parliamo di futuro, clonazione, memoria e di ciò che rimane di noi.

Perché alla fine la domanda è sempre quella: abbiamo bisogno di continuare?

Un figlio non è la nostra continuazione nel senso letterale. Non è una copia e non dovrebbe esserlo. Porta qualcosa di noi e poi prende una strada propria. Forse è proprio questo che mi affascina.

Il paradosso del clone

Quando abbiamo parlato di clonazione, io stesso sono arrivato a considerare un eventuale clone più come un figlio o un fratello che come “me”. Anche con il mio stesso DNA sarebbe un’altra persona.

Allora perché desiderare un figlio dovrebbe avere qualcosa a che fare con il desiderio di lasciare una parte di noi?

Forse perché la continuità umana non funziona come una fotocopia. Passiamo agli altri gesti, racconti, difetti, conoscenze, modi di affrontare le cose. E poi loro decidono cosa tenere e cosa buttare.

Io non sono diventato padre. È un rimpianto che esiste e non ha senso nasconderlo. Ma mi ha fatto anche chiedere se l’unico modo per lasciare qualcosa sia avere un figlio biologico.

Un pensiero può continuare in qualcuno che lo legge. Un insegnamento in qualcuno che lo ha ricevuto. Una parte di una persona può continuare persino in un gesto imparato tanti anni prima.

Forse la domanda non è soltanto “chi viene dopo di me?”. Forse è: “che cosa di me merita davvero di continuare?”.


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