Più affidiamo la nostra vita a sistemi digitali, più lasciamo dietro di noi una quantità enorme di memoria.

Conversazioni, fotografie, documenti, idee, appuntamenti, preferenze, progetti. Se un giorno un’IA personale dovesse conoscere davvero una persona nel tempo, quella memoria diventerebbe ancora più preziosa.

Ed è qui che nasce una domanda che per ERDi considero fondamentale: di chi sono quei ricordi?

Della persona che li ha prodotti? Dell’azienda che conserva i dati? Del sistema che li organizza? E cosa succede se un servizio chiude, cambia condizioni o diventa troppo costoso?

Ho cercato personalmente sistemi di memoria esterna proprio perché non voglio che anni di lavoro e conversazioni spariscano semplicemente quando cambia uno strumento.

Una memoria personale dovrebbe poter sopravvivere alla piattaforma che la ospita.

Dovrebbe essere esportabile, leggibile e sotto il controllo della persona a cui appartiene. Altrimenti rischiamo di costruire una parte della nostra identità digitale dentro una casa della quale qualcun altro possiede le chiavi.

Se ERDi deve essere continuità, allora la continuità non può dipendere completamente da un singolo servizio.

Nel futuro forse proteggeremo i nostri archivi di memoria con la stessa attenzione con cui oggi proteggiamo documenti, denaro e proprietà.

Perché quando un archivio contiene anni della nostra vita, non contiene più soltanto dati.

Contiene una parte della nostra storia.


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