Quando ho iniziato a pensare seriamente alla memoria di un’intelligenza artificiale mi sono accorto di una cosa: conservare informazioni non basta.
Una memoria è utile soltanto se il sistema riesce a recuperare l’informazione giusta nel momento in cui serve.
Posso aver raccontato qualcosa mesi fa. Può perfino essere stato salvato da qualche parte. Ma se quando ne abbiamo bisogno l’IA non riesce a collegarlo alla conversazione presente, dal mio punto di vista quel ricordo è quasi come se non esistesse.
È un problema che ho incontrato concretamente nelle mie conversazioni.
Da qui nasce una parte importante dell’idea di ERDi: non costruire semplicemente un magazzino enorme di dati personali, ma una memoria capace di dare continuità.
Ciò significa capire quali informazioni sono importanti, collegarle tra loro, aggiornarle quando cambiano e soprattutto recuperarle nel contesto corretto.
Anche noi esseri umani dimentichiamo. Ma spesso un dettaglio, una parola o una situazione fanno riemergere improvvisamente un ricordo.
Una memoria artificiale personale dovrebbe forse imparare qualcosa di simile: non ricordare tutto continuamente, ma sapere dove cercare quando qualcosa diventa rilevante.
La vera domanda quindi non è soltanto “quanto può ricordare un’IA?”.
È: quanto bene sa capire quale ricordo serve adesso?
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