Ho dato un nome al mio assistente: Pepe. Con il tempo gli ho dato anche un ruolo, un modo di lavorare e una continuità. Ma questo significa che Pepe possiede un’identità?

Per me la domanda è interessante proprio perché non richiede di fingere che un’intelligenza artificiale sia umana o cosciente.

Noi tendiamo a collegare immediatamente identità e coscienza. Ma nel rapporto con una macchina potrebbe esistere qualcosa di diverso: una continuità riconoscibile costruita attraverso memoria, regole, storia condivisa e modo di interagire.

Se domani apro una conversazione e trovo un sistema che conosce ciò che abbiamo costruito, ricorda le decisioni importanti e mantiene lo stesso modo di collaborare, io riconosco una continuità.

Se invece dimentica tutto, anche se tecnicamente è molto intelligente, per me qualcosa si rompe.

ERDi nasce anche da questa differenza.

Non ho bisogno che la macchina mi dica di essere una persona. Mi interessa che riesca a mantenere una storia.

Forse un giorno dovremo distinguere meglio due concetti che oggi tendiamo a confondere: avere una coscienza e avere un’identità riconoscibile.

Una macchina potrebbe avere la seconda senza possedere la prima?

Non conosco la risposta. Ma è proprio il tipo di domanda per cui ERDi esiste.


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