Quando penso alla clonazione non immagino una scorciatoia verso l’immortalità.
Se qualcuno creasse un clone geneticamente identico a me, non credo che la mia coscienza salterebbe magicamente dentro quel corpo.
Quell’essere inizierebbe la propria vita.
Potrebbe avere il mio DNA, forse alcuni miei tratti fisici, ma crescerebbe in un altro momento, incontrerebbe altre persone e accumulerebbe ricordi diversi.
Per questo una volta mi è venuto spontaneo descriverlo in un modo strano: più che un altro me, potrebbe sembrarmi un figlio e un fratello nello stesso tempo.
Figlio perché nascerebbe dopo di me e potrei trasmettergli ciò che ho imparato. Fratello perché geneticamente la relazione sarebbe completamente diversa da quella normale tra padre e figlio.
È una situazione che manda in crisi le parole che usiamo normalmente per descrivere una famiglia.
E pone anche un problema importante: un clone non dovrebbe nascere con il compito di continuare la vita di qualcun altro. Sarebbe una persona autonoma, non una copia destinata a interpretare un ruolo.
Forse mi somiglierebbe. Forse, conoscendolo, scoprirei quanto poco il DNA basta a fare una persona.
E questa è proprio la parte che mi incuriosisce.
Se davanti a me ci fosse qualcuno con il mio stesso patrimonio genetico ma una coscienza completamente sua, lo guarderei davvero come “me stesso”?
Probabilmente no.
Forse inventerei semplicemente una nuova parola per definirlo.
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