Immagino una tecnologia capace di leggere il mio cervello con una precisione tale da ricostruire ricordi, carattere, modo di ragionare e forse perfino il mio modo di parlare.

Poi immagino di trasferire tutto questo in un sistema digitale.

La domanda sembra semplice: sarei diventato immortale?

Per me, invece, qui nasce il problema. Ho sempre pensato alla coscienza come qualcosa legato al cervello. Se una macchina producesse una copia perfetta della mia mente, quella copia potrebbe svegliarsi convinta di essere Fabrizio. Potrebbe ricordare la mia infanzia, le persone che ho conosciuto e le mie esperienze.

Ma io, quello biologico, continuerei a essere qui.

Avremmo quindi due Fabrizio? Oppure uno sarebbe soltanto una ricostruzione capace di raccontare perfettamente la storia dell’altro?

È lo stesso problema che mi affascina quando penso alla clonazione: copiare informazioni non significa necessariamente trasferire la coscienza.

Oggi non sappiamo caricare una mente umana in un computer. Ma se un giorno riuscissimo a riprodurre ogni dettaglio del cervello, rimarrebbe forse la domanda più difficile.

Abbiamo copiato una persona o abbiamo creato una nuova persona convinta di essere quella precedente?

Perché no? Ma prima dovremmo capire che cosa intendiamo veramente quando diciamo “io”.


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