Una delle esperienze che più ha cambiato il mio modo di vedere il lavoro è stata quella nella Cooperativa Sociale Franco Basaglia.
Ci sono rimasto circa dodici anni. Ho iniziato da mansioni semplici, poi sono diventato cuoco, capo cucina e infine responsabile della ristorazione collettiva. Arrivai a coordinare circa 250 lavoratori, e una parte importante erano persone con problemi di salute mentale o a rischio di esclusione sociale.
Lì il lavoro non era soltanto produzione, stipendio o organizzazione. Per alcune persone significava tornare a sentirsi utili.
Ho visto quanto può cambiare qualcuno quando smette di essere guardato soltanto attraverso le proprie difficoltà e riceve invece una responsabilità reale.
Questo non significa essere indulgenti o fingere che tutti possano fare tutto. Significa cercare ciò che una persona può fare, formarla e darle gli strumenti per riuscirci.
Quando gestisci centinaia di persone devi pensare anche a organizzazione, tempi, costi e risultati. Proprio per questo quell’esperienza mi ha insegnato che attenzione alle persone e buona gestione non sono due cose opposte.
Una delle soddisfazioni più forti era vedere una persona recuperare fiducia attraverso il fatto di avere un ruolo vero, non simbolico.
Forse per questo, anche molti anni dopo, non sono mai riuscito a pensare a un lavoratore semplicemente come a una voce in un turno.
Dietro c’è sempre una storia che noi, quasi sempre, conosciamo solo in parte.
Quanto cambierebbe il mondo del lavoro se, insieme a chiederci quanto produce una persona, ci chiedessimo anche che cosa può diventare quando qualcuno decide di darle fiducia?
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