Mio padre è morto quando avevo dodici anni. Sono passati tanti anni, ma ci sono assenze che il tempo non cancella: cambia soltanto il modo in cui conviviamo con loro.
A volte mi capita di pensare che mio padre continui ad accompagnarmi nelle cose che so fare con le mani. Quando riesco a sistemare qualcosa, quando trovo una soluzione pratica senza sapere esattamente da dove mi sia venuta, mi viene spontaneo pensare a lui.
So che esiste una spiegazione semplice: da bambini osserviamo, impariamo e conserviamo molto più di quanto ricordiamo consapevolmente. Forse una parte di lui è rimasta nei gesti che ho imparato guardandolo.
Ma sapere che può esistere una spiegazione non toglie valore alla sensazione.
Mi piacerebbe sognarlo. Non per avere una prova dell’aldilà e neppure per farmi raccontare qualche segreto. Mi piacerebbe semplicemente incontrarlo ancora, anche soltanto dentro un sogno, con la consapevolezza dell’uomo che sono diventato.
A dodici anni avrei avuto domande da bambino. Oggi ne avrei altre. Vorrei sapere cosa penserebbe della mia vita, delle scelte che ho fatto, degli errori, delle cose che ho costruito. E probabilmente vorrei raccontargli ciò che non ha potuto vedere.
Quando perdi un genitore così presto, la relazione si interrompe ma tu continui a crescere. Lui rimane fermo nel ricordo mentre tu diventi adolescente, adulto, poi un uomo che ha già superato i cinquant’anni.
Forse è per questo che certe persone continuano a vivere dentro di noi senza bisogno di trasformarle in qualcosa di soprannaturale. Vivono nelle abitudini, nei ricordi, nelle frasi, nei gesti e perfino nelle domande che continuiamo a rivolgere loro sapendo che non potranno rispondere.
Ma se una notte lo sognassi e potessi parlargli davvero, almeno per qualche minuto, quale sarebbe la prima cosa che gli direi?
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