Ci sono desideri che arrivano presto e altri che si fanno sentire quando la vita ha già preso una direzione. Per me il desiderio di essere padre è diventato forte intorno ai quarant’anni, forse quarantacinque.

Non è successo. E dire che non ci penso sarebbe mentire.

Con i bambini mi sono sempre trovato bene. Con i miei nipoti ho conosciuto quella sensazione di protezione, responsabilità e affetto che ti fa immaginare come saresti stato con un figlio tuo. Ma essere zio e essere padre non sono la stessa cosa, e questo lo so.

Forse una parte di questo desiderio viene anche dalla mia storia. Mio padre è morto quando avevo dodici anni. A quell’età non hai ancora finito di essere figlio e improvvisamente devi imparare a vivere con un’assenza enorme.

Quando penso alla paternità c’è quindi anche una paura: quella di ripetere, senza volerlo, la stessa ferita. Avere un figlio significa desiderare di esserci per lui. Ma nessuno può promettere quanto tempo avrà.

Questo pensiero non cancella il desiderio. Lo rende più complicato e, forse, più umano.

A volte penso a ciò che avrei potuto trasmettere: quello che ho imparato lavorando, sbagliando, ricominciando; la curiosità; la capacità di arrangiarmi; perfino le mie contraddizioni. Un figlio non sarebbe stato la mia copia. Sarebbe stato una persona nuova a cui lasciare qualcosa e dalla quale, probabilmente, avrei imparato altrettanto.

Non so se nella vita bisogna accettare tutti i desideri non realizzati come capitoli chiusi. Alcuni forse rimangono semplicemente con noi.

Ed è strano: possiamo vivere molte vite dentro una sola esistenza, cambiare lavoro, città, amori, progetti. Ma ci sono vite possibili che non vivremo mai.

Quanto di noi appartiene anche a quelle vite che abbiamo immaginato e che non sono mai esistite?


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