Quando penso alla storia dell’umanità, non riesco a vederla come una semplice successione di date. Mi affascina immaginare lo stesso essere umano attraversare epoche completamente diverse: la preistoria, i Sumeri, l’antico Egitto, l’India, la Grecia, Roma, il cristianesimo, il Medioevo e infine il mondo moderno.
È anche per questo che mi aveva colpito l’idea alla base di The Man from Earth. Avrei voluto vedere davvero quel viaggio: non soltanto sentirlo raccontare, ma osservare un uomo passare attraverso le civiltà e assistere a come cambiano le nostre certezze.
Abbiamo cambiato strumenti, città, religioni, conoscenze e modi di vivere. Abbiamo costruito imperi e poi li abbiamo visti scomparire. Ogni epoca ha creduto, almeno in parte, di avere capito il mondo.
Ma c’è una domanda che per me rimane aperta: dietro tutti questi cambiamenti, quanto siamo cambiati davvero noi?
Forse la storia serve anche a questo. Non soltanto a sapere cosa è successo prima di noi, ma a guardare le nostre convinzioni da una distanza maggiore. Quello che oggi consideriamo ovvio potrebbe sembrare assurdo tra mille anni, proprio come molte certezze del passato sembrano assurde a noi.
E allora la storia delle civiltà diventa qualcosa di più di un racconto del passato. Diventa uno specchio. E forse la domanda più interessante non è quanto sia cambiato il mondo, ma quanto siamo cambiati noi mentre lo cambiavamo.
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