Quando penso alla morte, non riesco a separarla completamente dall’universo.

Siamo fatti della stessa materia che esiste nelle stelle. Gli elementi che compongono il nostro corpo non sono nati con noi e non scompariranno con noi. In questo senso l’idea di essere “polvere di stelle” per me non è soltanto una frase poetica: è un modo di guardare alla nostra presenza nell’universo.

Ma qui nasce la domanda più difficile. Se la materia continua, continuiamo anche noi?

Io distinguo la coscienza dall’anima. Quando parlo di coscienza penso a qualcosa legato al cervello, alla memoria, alle esperienze e a ciò che ci permette di riconoscerci come noi stessi. Per questo non mi basta dire che la materia del mio corpo un giorno tornerà nell’universo per concludere che anche Fabrizio continuerà ad esistere.

Potrei diventare parte di qualcos’altro: terra, aria, un organismo, forse in tempi immensi persino materia coinvolta in nuove trasformazioni cosmiche. Ma quella materia avrebbe ancora i miei ricordi? Saprebbe di essere stata me?

Probabilmente è proprio qui che scienza, filosofia e religione cominciano a prendere strade differenti. La materia può trasformarsi. Ma l’identità personale è un’altra cosa.

Non so cosa ci sia dopo la morte. Potrebbe non esserci nulla per la nostra coscienza individuale. Potrebbe esserci qualcosa che oggi non siamo in grado di comprendere. Non sento il bisogno di riempire quel vuoto con una certezza che non possiedo.

Mi affascina invece pensare che, anche se un giorno la mia coscienza dovesse spegnersi, ciò di cui sono fatto non sparirà semplicemente dal cosmo.

E allora la domanda cambia.

Se continuiamo come materia ma perdiamo memoria, coscienza e identità, possiamo davvero dire che una parte di noi continua?


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