Essere contro la guerra sembra una posizione semplice finché nessuno ci attacca.
Possiamo dire che la guerra è sbagliata, che provoca morte, distruzione e sofferenza e che i conflitti dovrebbero essere risolti attraverso il dialogo. Ma cosa succede quando il dialogo non basta? Quando qualcuno decide di usare la forza contro di noi?
È una domanda che mette in difficoltà anche chi, come me, rifiuta la guerra.
Se una persona mi aggredisce per strada, probabilmente cercherò prima di evitare lo scontro. Ma se non posso scappare e quella persona continua ad attaccarmi, ho il diritto di difendermi?
Istintivamente direi di sì.
E allora la stessa domanda diventa molto più complicata quando non parliamo di una persona, ma di un popolo.
Se un paese viene aggredito, cosa dovrebbe fare chi lo abita? Non reagire per rimanere fedele al principio della non violenza? Arrendersi? Oppure difendersi, anche sapendo che quella difesa provocherà altra violenza e probabilmente altre vittime?
E qui provo a mettere me stesso dentro quella situazione.
Se domani fossi costretto a impugnare un’arma per difendere il mio paese, fino a che punto sarei disposto a usarla?
Contro chi?
Soltanto contro chi mi sta attaccando? Anche contro qualcuno che considero indirettamente responsabile? E soprattutto: sotto il comando di chi lo farei?
Impugnare un’arma significa anche accettare che qualcun altro possa ordinarmi quando usarla, contro chi e per quale obiettivo.
Ma il fatto che un ordine venga da un governo, da un esercito o da un superiore è sufficiente perché io lo consideri moralmente giusto?
Se mi ordinassero qualcosa che considero ingiusto, avrei il coraggio di rifiutare?
E se rifiutando mettessi in pericolo le persone che sto cercando di difendere?
A quel punto il problema non sarebbe più soltanto scegliere tra guerra e pace. Sarebbe decidere fino a che punto sono disposto a rinunciare al mio giudizio personale quando ho un’arma nelle mani.
Possiamo essere contrari alla guerra e allo stesso tempo riconoscere il diritto alla difesa.
Ma fino a dove?
Difendersi significa soltanto fermare l’aggressore? È legittimo colpirlo sul suo territorio? Quando la difesa diventa vendetta? E quando chi inizialmente si stava difendendo supera quel confine e comincia a comportarsi come l’aggressore?
Forse il problema è proprio questo: nella realtà il confine non è sempre chiaro.
Dire semplicemente “sono contro tutte le guerre” può essere moralmente rassicurante, ma non risponde alla domanda di chi in quel momento viene attaccato.
Dall’altra parte, accettare la guerra come strumento normale di difesa rischia di creare un meccanismo senza fine, perché quasi ogni parte di un conflitto può trovare una ragione per presentare la propria violenza come necessaria.
Non ho una risposta definitiva.
So soltanto che essere contro la guerra non dovrebbe significare ignorare chi viene aggredito. Ma difendere chi viene aggredito non dovrebbe nemmeno significare accettare qualsiasi forma di violenza o rinunciare alla propria coscienza soltanto perché qualcuno ci dà un ordine.
Ed è proprio qui che rimane la domanda che mi interessa davvero:
se per fermare la violenza siamo costretti a usare la forza, chi decide fino a dove possiamo arrivare: chi ci comanda o la nostra coscienza?
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