Ogni tanto guardo un documentario e vedo archeologi lavorare per ore con pennelli e piccoli strumenti intorno a un frammento di ceramica, un osso o una pietra.

E mi viene spontanea una domanda che può sembrare provocatoria:

ma abbiamo davvero bisogno di sapere tutto?

Non sto dicendo che l’archeologia sia inutile.

Grazie agli scavi abbiamo ricostruito civiltà scomparse, scoperto come vivevano le persone, cosa mangiavano, come commerciavano, quali malattie avevano, come costruivano le loro città e perfino come cambiavano le società.

Senza questa ricerca sapremmo molto meno di noi stessi.

Ma esiste un momento in cui sappiamo abbastanza?

Prendiamo una civiltà che studiamo da decenni o addirittura da secoli. Conosciamo le sue città, le abitazioni, l’alimentazione, la religione, l’economia, le guerre e buona parte della sua organizzazione sociale.

Naturalmente possiamo continuare a scavare.

Possiamo trovare un altro scheletro, un’altra casa, un’altra moneta o un altro pezzo di ceramica.

E qualche volta quel piccolo reperto può cambiare completamente ciò che pensavamo: può modificare una datazione, dimostrare l’esistenza di commerci che ignoravamo, raccontarci qualcosa sulle migrazioni o correggere una teoria sbagliata.

In quel caso la scoperta ha un valore evidente.

Ma altre volte aggiungiamo soltanto un dettaglio in più a una storia che conosciamo già molto bene.

Ed è qui che nasce la mia domanda.

La ricerca non costa soltanto denaro.

Costa tempo, persone, strumenti, laboratori, università, finanziamenti e migliaia di ore di lavoro.

E tutte queste risorse sono limitate.

Nello stesso mondo nel quale spendiamo denaro per conoscere un dettaglio sempre più preciso di una civiltà vissuta duemila anni fa, esistono bambini che non hanno abbastanza da mangiare, persone senza cure mediche e problemi enormi che non riusciamo a risolvere.

Naturalmente non possiamo semplicemente prendere tutti i soldi dell’archeologia e darli ai poveri. Una società ha bisogno anche di cultura, scienza, storia e conoscenza. E molte ricerche che inizialmente sembravano inutili hanno prodotto risultati importanti.

Quindi non credo che la soluzione sia smettere di studiare il passato.

La domanda è un’altra:

come decidiamo quanto vale una nuova conoscenza rispetto alle risorse necessarie per ottenerla?

Forse dovremmo chiederci più spesso quale conoscenza stiamo cercando e perché.

Se una nuova scoperta può cambiare ciò che sappiamo, vale la pena cercarla.

Ma se stiamo spendendo enormi risorse soltanto per aggiungere un dettaglio sempre più piccolo a qualcosa che conosciamo già molto bene, forse è legittimo domandarsi se quelle stesse risorse potrebbero produrre un beneficio maggiore altrove.

Perché conoscere è importante.

Ma anche scegliere che cosa vale la pena conoscere è una forma di intelligenza.

E forse la domanda più scomoda è proprio questa:

il fatto che possiamo scoprire qualcosa significa automaticamente che vale la pena spendere risorse per scoprirla?

Io non ne sono così sicuro.

Perché non tutto ciò che possiamo scoprire ha necessariamente lo stesso valore di ciò che potremmo fare con le stesse risorse.


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